MARCO RAMBALDI
 
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Ginevra Bria - MARCO RAMBALDI (Espoarte n°55, pag 146)

 

Con Marco Rambaldi è di scena l’assenza e la sua rappresentazione. Il vuoto ripetuto e mistificato, chiuso nei propri riflessi tri-dimensionali, diventa soggetto di visioni e di prospettive indefinite. Porte illimitate da aprire senza spalancare troppo, entrate ed uscite che la materia e il materiale fotografico ripropongono e fanno riemergere in galleria saldamente, seppur dotate di agiata e solida atemporalità. Benché, per questa mostra, a fianco dei lavori, persistano i buchi stuccati dei muri – segnale di qualcosa che c’è stato e che si spera faccia parte di una certa “archeologia della contemporaneità” – le poche immagini del fotografo bolognese spiccano per completezza e interezza. Nell’occhio dello spettatore, ipnotizzato davanti alle fotografie di ambienti – mondati dal senso dello spazio – la superficie cornea ingigantisce e, se possibile, spande; seguendo la gittata di un invisibile cannocchiale che, invece di vedere lontano, lontano ausculta e percepisce astute simmetrie. Chiunque cercasse, infatti, all’interno di questi lavori un motivo di realtà è meglio che si distolga dall’intento, smettendo immediatamente di avvicinare troppo la punta del naso ai lavori. Saranno le immagini stesse a confortare chi guarda, a raggiungerlo attraverso il Dubbio della finzione e, infine, a marcarlo attraverso un passo estetico privo di qualsiasi ritmo banale. Il nucleo concettuale, dunque, l’insegnamento di questa prima personale milanese di Rambaldi è il divieto delle forme imposto sulla confusione. Ogni riproduzione è uno studio composto da: minimalismo prospettico, da immediatezza dell’inquadratura e da una compartimentale anemia cromatica; attributi, questi ultimi, che conferiscono ad ogni scatto un rigoroso accento di essenzialità. Le tre caratteristiche appena elencate, dunque, avvicinano Rambaldi alla grande Epochè del minimalismo. Sebbene ricca di citazioni, di ironiche ripetizioni e di sperimentazioni visive non-sense, questa serie di fotografie assomiglia ad un lavoro grafico ottimamente eseguito e localizzato, dettaglio ben visibile in Drazica, 2007. In ciascuna di queste finestre, ogni ambiente è svuotato e poi allontanato dalla rischiosa instabilità della rivelazione.
A stento, comunque, nel percorso iconico di Rambaldi, sembra sottolineata una seppur vaga traccia di artificialità, sebbene nella categorica mise-en-abîme di "mirrors", il Doppio venga confuso con il Molteplice e il loro scambio venga realizzato attraverso una semplice divisione simmetrica dell’immagine.


Ginevra Bria (settembre 2008)

Ginevra Bria
Sandro Sproccati
Claudio Musso