MARCO RAMBALDI
 
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Claudio Musso - Marco Rambaldi (Exibart.onpaper n°62)

 

È più difficile a farsi che a dirsi e, nel tempo, lo hanno dimostrato gli innumerevoli tentativi messi in campo da numerose generazioni di artisti. Di che si tratta? Del proverbiale e quanto mai attuale (visto che il centenario tarda a concludersi) “far vivere lo spettatore al centro del quadro”. Non si dica che Marco Rambaldi (Bologna, 1969) non c'è riuscito; anzi, a dimostrazione dell'avvenuto “miracolo”, alcuni dei convenuti alle prime tappe di questo possibilmente infinito progetto si possono rivedere fotografati nelle opere esposte. La storia è iniziata alla Room Arte Contemporanea di Milano, dove le fotografie riproducevano mimeticamente i muri che le ospitavano, ed è continuata a Bologna, aprendosi al primo “strato” di curiosi immortalati. Nel dettaglio, l'artista si è fatto da parte per far posto in prima istanza allo spazio espositivo, assumendo come soggetto dei propri scatti la parete nuda (la serie Wall), e in un secondo tempo al fruitore (la serie Opening), impegnato a osservare la parete stessa. È un farsi da parte già storicizzato dall'arte del Novecento, che è andato di pari passo con la presa di coscienza dei caratteri del fotografico. L'operazione, infatti, sarebbe inconcepibile senza l'utilizzo “estremo” dell'automatismo di una macchina fotografica, garantito nel caso specifico dall'autoscatto temporizzato.

Ecco svelato l'arcano. Come fa lo spettatore a diventare soggetto dell'inquadratura senza perdere la natura di osservatore? Seguendo, come dice il saggio, un percorso erroneo: guarda il dito e non la Luna. O meglio, ritrovandosi a osservare le stampe di anteriori incursioni allestite alle pareti, viene colto a sua volta da uno scatto che lo inquadra proprio di fronte ai precedenti “malcapitati”. L’oggetto capace di compiere tale sbalorditiva operazione - la macchina fotografica - nel frattempo fa bella mostra di sé, appropriandosi della ribalta con fare scultoreo, sfruttando il cavalletto come piedistallo. “Non c’è più un senso ‘altro’ da ricercare, l’opera non parla di niente e non si riferisce a niente se non a se stessa. Si riproduce incessantemente come preda del delirio autoreferenziale di un meccanismo fuori controllo”, si legge nel testo che accompagna la mostra. E così la fotografia diventa (o è sempre stata?) specchio della realtà, moltiplicandosi senza tregua, come in un gioco di riflessi.

Da notare, però, che al contrario di quanto si possa credere, questa autogerminazione invece che deprivare il processo di senso incrementa a ogni passaggio la sua valenza concettuale.

Claudio Musso

 

Ginevra Bria
Sandro Sproccati
Claudio Musso