Sandro
Sproccati- MARCO RAMBALDI (testo della mostra)
Le
varie modalità di aggressione – piú ancora
che di adibizione – dei linguaggi artistici tardo-novecenteschi
e contemporanei si pongono, nelle opere di Marco Rambaldi,
all’insegna dell’ironia. È grazie all’apporto
salvifico di un sostanziale “disincanto” che infatti
quei linguaggi (e le loro implicate rinunce) possono sussistere
e agire senza la pena di una loro stanca reiterazione, o ripetizione
diversa, o variazione identica, come avviene pressoché
senza tregua – da trent’anni a questa parte –
nelle prassi dell’arte cosí detta “di ricerca”:
tra i fasti ormai consunti del neoconcettualismo, della body-art,
della video-arte, della public-art, dell’istallazione
oggettuale sibillina e attonita... tra i tripudi malinconici
di tutte le estenuazioni estenuatissime di ciò che
fu un tempo la “rappresentazione per immagini”.
Ma la qualità sorprendente degli interventi di Rambaldi
risiede nel fatto che l’ironia non si limita, in essi,
a denunciare il contrappasso di ogni abdicazione, e cioè
dice non tanto e non solo il ridicolo della recente accademia
anti-accademica, quanto piuttosto riesce a rendere speculare
l’inevitabile umorismo (involontario per definizione)
della sconfitta della rappresentazione (e perfino del lógos
in generale) nella civiltà nostra, postmoderna, con
l’umorismo ugualmente irresistibile del vuoto totale
che essa stessa civiltà, o postciviltà, ha spalancato
come una voragine d’assurdo sotto i propri piedi, per
precipitarvi tutta fino al suicidio complessivo cui stiamo
assistendo giorno dopo giorno. Semplicemente: si tratta di
un disincanto autentico, di uno scetticismo dell’ironia
accolto fino in fondo, e non comicamente esibito come maschera
grottesca di quella persistente e ingenua fede nell’arte
che, sebbene palesemente priva di sostegni, continua ad alimentare
i sussulti convulsivi del cadavere dell’avanguardia
del secolo passato.
Già nelle prime opere di Rambaldi che ho avuto occasione
di vedere, intorno agli anni 1996-1999, nella serie delle
Intersezioni, per esempio, la base ironica su cui veniva a
riformularsi il rapporto tra objet trouvé
e suo (nuovo) contesto estetizzante implicava un paradossale
“restauro della rappresentazione” proprio (ironicamente)
contro le modalità linguistico-espressive (ready-made)
di cui le operazioni neo-avanguardistiche si avvalgono. Come
per un svista di montaggio, l’oggetto d’uso veniva
a perdere ogni logica di funzio-nalità economica, trasformandosi
in oggetto di mera contemplazione estetica: ma non già
per via (duchampiana) della sua astratta collocazione nell’ambiente
di una galleria o di un museo, bensí per l’impatto
umoristico del suo mostrare a gran voce la ricaduta esemplare
dello sviluppo tecnologico-economico capitalistico nel potlach
delle merci impazzite (del quale – è ovvio –
i prodotti dell’arte stessa non rappresentano che il
fatale suggello): la bicicletta la cui ruota posteriore rimane
bloccata sprofondando nella fusione dell’asfalto della
strada; il ventilatore da soffitto collocato troppo in angolo
e le cui pale sono pertanto incastrate nei muri della stanza;
il meraviglioso errore di allestimento-ristrutturazione della
casetta di montagna, per il quale il tavolo e le sedie della
cucina finiscono murate dentro uno spigolo dell’edificio...
Qui non si tratta solo di metalinguaggio e di riflessione
sulla sconfitta o la messa “fuori uso” dell’arte
nell’età contemporanea; agisce piuttosto un cortocircuito
di flebile ma percettibile ascendenza magrittiana, per il
quale l’opera sfrutta la propria stessa incapacità
di produrre discorso per ribadire la mancanza di senso da
parte del mondo che aspira a descrivere: mettendone a nudo
(in piena vista) l’imbecillità sostanziale, altrimenti
resa invisibile dall’assuefazione al sentire comune
e dalle tecniche simulacrali di accecamento collettivo.
Se nel mondo dominato dal modo di produzione capitalistico
fatalmente si attua la riduzione a merce di qualsiasi valore,
oltre che di qualsiasi prodotto, ecco che in tale mondo il
manufatto (o meccanofatto) inutile, e privo di ulteriore valore
che non sia quello che gli deriva dalla convenzione sociale
che chiamiamo “arte”, non potrà che ironicamente
mostrare l’immagine di se stesso ripetuta all’infinito:
in un rispecchiamento strano che elimina l’oggetto da
riflettere e mantiene di esso soltanto l’immagine riflessa.
La stessa immagine ironica del (nostro) mondo che forse con
coscienza Charles Chaplin allestisce nel suo “gioco
di specchi” (Il circo, 1928) e che a suo turno
Orson Welles sicuramente con coscienza ripete (rispecchiandola)
nella sequenza finale de La signora di Shanghai (1948).
E che ritroviamo infine nelle gioco di fotografie speculari,
poste l’una di fronte all’altra, ossia l’una
a non essere che il riflesso dell’altra, nell’attuale
mostra di Marco Rambaldi.
Ma qui si va oltre: poiché in tale mostra il rito sociale
della fruizione dell’opera, insieme a quello della sua
costruzione, viene smascherato per mezzo di un’opera-istallazione
che incorpora il primo nel secondo. Lo spettatore, ignaro,
entra nella galleria e si accinge alla contemplazione dell’arte,
ma non trova sul muro che una fotografia che rappresenta il
muro stesso. A quel punto il suo interrogarsi sul significato
dell’opera – o meglio: il suo dare già
per scontato che non riuscirà ad intenderlo, visto
che l’opera non può piú avere alcun significato,
essendo essa solamente il feticcio residuale della coazione
a ripetere che la fonda in quanto svago sociale e in quanto
merce – viene trasformato in immagine da una fotocamera
che produce scatti a intervalli regolari dal centro della
sala. Tale immagine costituirà la nuova fotografia
da appendere al muro in una seconda mostra, dove nuovamente
una fotocamera riprenderà il fruitore nell’atto
del proprio sacrificio ai piedi dell’altare (feticcio)
dell’arte. E cosí via, verso una mise-en-abîme
idealmente interminabile, che distrugge l’opera
mentre la elabora, e che fa della ricerca dell’arte
(assente), dunque della sua inattualità, del suo categorico
e definitivo ou-tópos, il significato (il
solo significato) dell’opera medesima.
Io guardo qualcuno guardare chi guarda guardare qualcuno che
guarda ciò che non c’è; o anche solo ciò
che c’è come preludio indispensabile a un ludus
procrastinato all’infinito: il muro della galleria,
muto, bianco, inutilmente ospitale. L’intendimento originario
di Duchamp giunge al suo esito conclusivo. La metonimia contestuale
del ready-made viene letteralizzata e trasposta in
ruolo attivo del fruitore. Se è lo spazio della galleria,
e dunque l’aspettativa di senso che esso determina,
ovvero se è il predisporsi al gioco da parte di un
pubblico avvertito delle regole, che conferisce all’oggetto
di fabbricazione umana il proprio (eventuale) valore artistico,
allora l’opera non potrà edificarsi che a partire
dal mero atto di lettura (di riconoscimento) dell’opera
stessa. L’osservatore – il portatore del desiderio
di agnizione – legge nella foto (nell’immagine)
del muro l’assenza dell’opera, il vuoto che è
l’opera, proprio in quanto segno/simulacro della sua
impossibilità e altresí dell’attesa che
le dà inizio.
E se ne L’arte della pittura di Vermeer (1665)
lo scostamento di una spessa cortina di stoffa – sipario
che schiude il luogo della rappresentazione – da parte
di una mano invisibile (la mano dell’artista fuori campo,
giacché esterno per definizione allo spazio linguistico
che da lui dipende) consente al fruitore di entrare nell’atelier,
di farsi voyeur, e di deflorare con lo sguardo il mistero
sacro dell’arte, ossia di vedere il pittore all’opera
con la sua tela sul cavalletto e la modella sullo sfondo,
in questa versione postuma ed estrema della messa in scena
dello scenario di produzione, Rambaldi – aperto ogni
sigillo simbolico e rotto ogni imene protettivo – procede
oltre nella tematizzazione dello sguardo del fruitore. Facendo
esplodere la metafora vermeeriana nella sua “lettera”
beffarda e paradossale, colloca quello sguardo (desiderio
di interpretazione, desiderio dell’opera) nell’opera
come soggetto, lo espone fino al punto da utilizzarlo come
base materiale del processo di costruzione linguistica. Ma,
cosí facendo, il fruitore assume infine tutta la propria
responsabilità. Unico garante dell’esistenza
dell’arte e della sua ammissibilità socio-culturale,
egli è assorbito dall’opera e trasformato nell’opera.
Egli è l’immagine di lei, essa è l’immagine
di lui. In un dispositivo speculare – vale a dire narcisistico
– infallibile.
Sandro Sproccati
(giugno 2008)
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